Disuguaglianze vaccinali, migrazioni e pregiudizio

In questo anno e mezzo di pandemia, le minoranze immigrate hanno patito conseguenze assai più pesanti, nel complesso, rispetto alla maggioranza autoctona. 

La facile profezia di un aggravamento delle disuguaglianze occupazionali legate all’origine e alla condizione amministrativa è stata purtroppo confermata in pieno. Se nella prima metà del 2020 (rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente) l’occupazione degli italiani è calata del 2,8%, il crollo dell’impiego straniero è stato quasi quadruplo (10,4%). Siamo dunque di fronte a una drammatica “emergenza nell’emergenza”.

 

Oggi, mentre la campagna vaccinale avanza e un cauto ottimismo si diffonde nel paese, ci troviamo a un passaggio delicato, in cui è necessario allargare l’attenzione dalle disparità nei rischi di contagio e in quelli occupazionali alle disuguaglianze nell’accesso ai vaccini. I principi di sanità pubblica sono chiari nell’indicare la necessità di sforzi vaccinali mirati verso categorie marginali.

In Italia, ben prima di questa pandemia, il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV) per il triennio 2017-2019 metteva esplicitamente a fuoco il problema “rappresentato dai cosiddetti ‘gruppi vulnerabili’ o ‘difficili da raggiungere’, tra cui gli immigrati, soprattutto se irregolari, ed i rifugiati, […] spesso poco e male integrati nella società, con difficoltà di accesso ai servizi di prevenzione e a quelli di assistenza sanitaria che, di conseguenza, frequentemente sfuggono agli interventi di prevenzione che hanno come target la popolazione generale e che, pertanto, dovrebbero essere oggetto di strategie e azioni ad hoc [per evitare] che si creino nella popolazione ‘sacche’ di soggetti non vaccinati o incompletamente vaccinati”.

Il principio generale è affermato chiaramente anche sul sito dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), dove alla domanda “Chi ha diritto alla vaccinazione?” si risponde “Tutte le persone residenti o stabilmente presenti sul territorio italiano, con o senza permesso di soggiorno, che rientrano nelle categorie periodicamente aggiornate dal Piano Vaccinale”.

Ma, nel momento in cui la campagna vaccinale entra nel vivo anche per le persone giovani o comunque in età lavorativa (in cui si concentra la vastissima maggioranza degli immigrati), il principio incontra ostacoli pratici sempre più evidenti. Le disuguaglianze vaccinali rischiano di pregiudicare ulteriormente la percezione e la condizione dei migranti nelle società europee anche per un’altra via.

Com’è noto, a livello globale si registrano variazioni territoriali enormi nel livello di copertura vaccinale: un quadro dettagliato e dinamico di grande utilità è fornito dal New York Times sulla base di dati prodotti dal progetto Our World in Data dell’Università di Oxford. Secondo questa fonte, alla data del 25 maggio 2021, la copertura per continenti era massima per l’America settentrionale e minima per l’Africa.

Il recente Global Health Summit (Roma, 21 maggio 2021) ha solennemente proclamato l’immunizzazione un “bene pubblico globale” e, tramite l’iniziativa COVAX, la comunità internazionale sta intensificando gli sforzi per promuovere la campagna vaccinale nei paesi più poveri. Cionostante, i divari globali e in particolare il ritardo dell’Africa sono destinati a permanere a lungo: secondo la programmazione attuale, a fine 2021 solo il 20% della popolazione africana sarà immunizzato.

Lo scenario che si delinea, con occhio alle implicazioni in tema di migrazioni, è purtroppo chiaro. A partire dalla seconda metà di quest’anno, l’Europa entrerà progressivamente in una condizione di temporanea immunità di massa, la cui durata dipenderà dalla copertura effettiva assicurata dai vaccini usati e non è al momento determinabile in maniera precisa. Frattanto, nel continente africano, da cui proviene attualmente la maggior parte dei flussi migratori irregolari diretti verso l’Europa, persisterà a lungo un basso livello di copertura vaccinale.

 

Fonte: Neodemos