La violenza silenziosa della burocrazia sulle lavoratrici migranti

Può suonare strano, nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, a fronte dei dati sconcertanti sui femminicidi e sulle violenze domestiche, parlare di sanatorie e permessi di soggiorno. Ma esiste una violenza bianca, strisciante, fatta di carte e di email che non arrivano, che lo Stato sta esercitando da mesi su decine di migliaia di lavoratrici. Lavoratrici “essenziali”, come si è amato definirle nei mesi del lockdown.

Delle colf e badanti che hanno applicato per la regolarizzazione ex Decreto Rilancio, nell’estate del 2020, solo una piccola percentuale ha ottenuto risposta. Tutte le altre sono sospese in un limbo di incertezza ormai da un anno e mezzo, a causa dell’imbarazzante ritardo della Pubblica Amministrazione nell’esaminare le pratiche di una procedura talmente complessa e priva di senso logico da sembrare fatta apposta per fallire. 

Molte nel frattempo hanno perso il lavoro, principalmente a causa del decesso dell’assistito, e sono di nuovo scivolate nell’irregolarità, nell’indifferenza generale. Quasi tutte hanno avuto enormi difficoltà ad accedere al vaccino Covid, nonostante la legge lo preveda esplicitamente anche per gli stranieri “in emersione”: il più delle volte si sono dovute rivolgere al terzo settore e lo hanno ottenuto solo grazie agli open day vaccinali, rivolti a persone senza fissa dimora e irregolari.

Ma soprattutto, tutte sono impossibilitate a muoversi dall’Italia fino a che la procedura di emersione non sarà conclusa. Nessuna di loro, da un anno e mezzo, può tornare a casa, dove hanno lasciato figli, mariti, genitori anziani. Non si sono potute muovere dopo l’allentamento delle restrizioni dovute alla pandemia, nemmeno in caso di lutti o eventi familiari importanti. Yuliia non ha potuto partecipare al matrimonio di sua figlia in Moldavia, le hanno mandato le foto su Whatsapp.

A Iryna sono nati due nipotini, che ha potuto vedere solo via Skype. Dalle loro famiglie li separa una notte di pullman, e la certezza che la loro pratica di emersione verrà rigettata se ci saliranno sopra.

In alcuni casi si tratta delle stesse lavoratrici esposte, nei mesi scorsi, a un’altra violenza silenziosa, e diffusissima: la reclusione, di fatto, tra le mura domestiche. La paura del Covid ha spinto molti datori di lavoro a impedire alle loro assistenti familiari di uscire di casa per mesi.

Fonte: Huffington Post